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La Sindrome di Pollyanna. Quando l'ottimismo non tiene conto della realtà.

Aggiornato il: gen 16




Le persone sono polarizzate tra due estremi: quelli che danno maggior peso agli aspetti negativi (bias della negatività) e quelli che hanno la Sindrome di Pollyanna.


La nostra mente è sempre accesa. Gli studi in cui si è adottato l’encefalogramma hanno dimostrato che il cervello è più attivo quando dormiamo che quando siamo svegli. E secondo gli scienziati, durante l’arco di tutta la giornata, facciamo circa 60.000 pensieri al giorno.

Un pensiero ogni secondo!

Queste informazioni viaggiano alla velocità sorprendente di 430 chilometri orari.

Ma solo il 20% dei nostri pensieri abituali sono positivi. Questo significa che ogni giorno la maggior parte delle persone ha più di 45.000 ANT - pensieri negativi automatici - che possono influenzare il raggiungimento del successo.

Le ricerche dimostrano che i pessimisti si arrendono più facilmente e vivono più frequentemente situazioni di malessere. Una eccessiva focalizzazione rivolta verso elementi negativi implica il dare un maggior peso agli errori, sottovalutando il valore di una buona prestazione e delle competenze acquisite.


Se è vero che i nostri pensieri sono per l’80% negativi, c’è però negli esseri umani la tendenza ad agire in modo molto più ottimista che realista, malgrado a tutti noi piaccia pensare di essere creature razionali capaci di fare giuste previsioni sulla base di valutazioni oggettive. Diversi studi hanno dimostrato infatti che le persone sottostimano la possibilità di perdere il lavoro e sovrastimano la possibilità di avere una carriera rosea. Mostrando, a volte, un ottimismo ottuso e ingenuo sia nel percepire gli eventi, che nel ricordarli o comunicarli. Sia nel comprende i cambiamenti, a volte dirompenti, della nostra società.



Qual è la percentuale delle aziende 500 S&P che negli ultimi 15 anni hanno chiuso?

52%

Qual è la durata media di una impresa?

12 anni Qual è la percentuale di fallimento delle start up?

90%

Quante volte i giovani faranno job hopping nei prossimi 10 anni?

7



La neuroscienziata Tali Sharot, nel suo libro Ottimisti di natura (2011), illustra un ampio corpus di prove a sostegno della tesi secondo la quale la nostra mente sarebbe programmata per sopravvalutare le probabilità che le situazioni abbiano un esito fortunato. L’ottimismo incondizionato, però, rende i nostri fallimenti ancora più dolorosi e la nostra identità più vulnerabile e fragile.


La tristezza, il dolore, il malumore non devono essere cancellati con uno sforzo che non ci appartiene. Nè dobbiamo avere un approccio di cieco ottimismo. Ma dobbiamo imparare ad abbracciare “l'ottimismo realistico”.

Chi prova con una certa frequenza sentimenti negativi, delusione, tristezza o risentimento non li deve evitare ma deve accettarli e imparare a monitorare i propri stati d’animo, andando alla radice del problema.


Essere consapevoli delle proprie fragilità non è una debolezza: è la misura della nostra forza.


Può essere utile anche annotare su un quaderno in quali situazioni si manifestano gli stati d’animo negativi e quelli positivi, chiedendosi qual è la causa - l’ambiente, le relazioni, gli obiettivi non raggiunti, la mancanza di autostima, un mindset fisso - e sforzandosi di cambiare la prospettiva di osservazione magari facendo gesti di gentilezza verso gli altri.

La gentilezza ci rende persone migliori e ha un potere sottovalutato: quello di provocare eventi positivi inaspettati.


Da uno studio di Frost Bank riportato su Harvard Business Review emerge che l'ottimismo paga.


























Gli ottimisti rendono meglio nello studio, nel lavoro e nello sport, sono migliori venditori, si ammalano di meno, quando competono per cariche elettive hanno maggiori probabilità di essere eletti. Un approccio ottimistico realistico alla vita permette a ciascuno di noi di espandere il nostro pensiero e le nostre capacità, stimolare nuove idee, aumentare il nostro benessere e rendere possibile ciò che credevamo essere una utopia.


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